Semplicemente, la fine

Una Nazionale che non si presenta al mondiale da tre edizioni. Uno scarsissimo sviluppo di giovani locali. Campionati minori allo sbando, dove ogni anno falliscono in media tre squadre e altrettante vengono penalizzate, falsando regolarmente le classifiche. E ora, come in un déjà-vu che sa di beffa, l’ombra di un nuovo scandalo arbitrale, a vent’anni da Calciopoli. Come se non bastasse, il cronico problema delle infrastrutture, obsolete, inadeguate e ostaggio della burocrazia, rischia di portarci alla quantomeno umiliante esclusione dall’organizzazione di Euro 2032. Nel frattempo, aleggia anche la minaccia di un commissariamento della FIGC, che potrebbe tradursi in una sanzione durissima da parte della UEFA: l’esclusione dei club italiani dalle competizioni europee. 

Un sistema al collasso totale.

Non servono geni, studiosi, analisti vari per constatare che siamo ad un punto di non ritorno. L’analisi è tanto semplice quanto spietata: il calcio italiano sta morendo.

Continuare ad analizzare, discutere, rimandare significa solo guadagnare tempo verso il nulla. L’unica via d’uscita è una rifondazione immediata e non negoziabile. Ridurre la Serie A a 18 squadre. Tagliare drasticamente il numero di club professionistici, riportandoli a un massimo sostenibile di 60-70. Imporre regole rigide sui settori giovanili e sulla valorizzazione dei calciatori locali. Intervenire subito, con riforme operative già dalla stagione 2026/2027.

FIGC, Ministero dello Sport, Lega Serie A, chiunque: il tempo è scaduto. Non servono più tavoli, commissioni o studi preliminari. 

Bisogna agire entro la fine dell’estate. Su tutti i fronti: non si parla più di futuro incerto, ma di sopravvivenza stessa di quest’industria.

Mirko Goretti